Testo di Fabio Carisio

Perfectio phænomenon, seu gustui (...) observabilis, est pulchritudo...”. Sul n. 1 di Art & Wine citai tale massima del padre dell’estetica Alexander Gottlieb Baumgarten per descrivere la bellezza che intendevo celebrare con questa rivista, ora la riprendo per decantare quella dell’arte di un maestro che nel XX secolo ha pochi eguali. In primis perchè pur mantenendosi pittore “classico”,  stimato dai colleghi e persino dal pictor optimus che gli dedicò un plauso autografo, seppe catalizzare l’attenzione dei migliori critici e dei più fini collezionisti. Due ambiti spesso difficili da conciliare. In onore del Principe dei Cavalli, Giovan Francesco Gonzaga, si è tenuta nel marzo 2011 una grande mostra antologica nel castello di Asti (Palazzo Medici del Vascello - Art & Wine Gallery) che ha giustamente brillato sotto le luci della ribalta e sotto gli occhi di oltre mille visitatori, a quattro anni dalla sua scomparsa. Ora desidero soffermarmi sulla sua pittura regina del dinamismo e del cromatismo.

L’avventurosa storia di Gonzaga (Milano 1921-2007)  volontario nel Savoia Cavalleria durante la campagna di Russia nella Seconda Guerra Mondiale ci aiuta solo a capire il suo amore per i cavalli e per i cavalieri. Ma sarebbe banale indugiare sui suoi corsieri con gualdrappa dechirichiana (che a volte citano Eugene Delacroix e la sua opere all’Hermitage). A lungo potrei dilungarmi sulle sue Nature Silenti, così denominate perchè proprio nulla hanno di una natura morta, sparpagliate in un paesaggio che le vivifica facendone capolavori. Facile sarebbe esaltarlo per la sua Guardia Imperiale ad Austerlitz, in cui proprio il dinamismo, pittorica virtù di Gonzaga, ed il suo proverbiale cromatismo, giungono ad un picco di eccellenza di fronte al quale si può solo restare ammirati. Io invece voglio rilevare il suo talento per due opere di eccezionale originalità e pregevolezza artistica. La prima è l’Omaggio alla Rossa (1999) in cui la passione per i cavalli, anche a motore, si esprime con maestria stupefacente. L’intuizione geniale di dipingere una Ferrari di Formula 1 sotto la pioggia ha consentito al maestro  di mostrare la sua abilità nell’immortalare la veemenza dirompemte della velocità attraverso i flutti sparati dagli pneumatici e proiettarla nel cromatismo vibrante che fonde i riflessi della scia d’acqua dell’auto in corsa a quelli del cielo nebuloso in un’unica acrobazia tonale. Ma ancor meglio ha saputo fare nel Vultus Sindonis... Un capolavoro che con qualche rievocazione mantegnana (Gonzaga è stato grande perchè ha citato tanti maestri senza imitarne nessuno) risplende nella grandiosità stilistica del pittore, che si dimentica di essere il celebratore del colore e riesce a dominare il segno tra le ombre e le variazioni tonali di un’opera quasi monocroma.  Gonzaga, già artefice di volti della Veronica, di crocifissioni e temi biblici, in questa Sindone fa baluginare la forza del suo tratto e dei suoi chiaroscuri, rivelando un talento capace di destinarlo a imperitura fama e giusta meritata gloria.

 

VITTORIO SGARBI

Tratto da “ Le scelte di Sgarbi” Editoriale Giorgio Mondadori

 

GIOVAN FRANCESCO GONZAGA

La sapienza di Giovan Francesco Gonzaga sta nel disegno,che è forte e deciso e che, in tutta evidenza,risale a un apprendistato giovanile,quando egli cominciò a dipingere una natura silenziosa e aliena dalla presenza umana.In tempi successivi la sua pittura si è rivolta ai cavalli e ai cavalieri, e non tanto in chiave metafisica dechirichiana, che in questo caso non è certamente anacronistico chiamare a confronto, quanto piuttosto in quella di una poetica visionaria. Qui le immagini vibrano di inquietudine, nel segno della lotta dell’uomo contro se stesso, nell’inferno di una storia che sembra ripetere sempre lo stesso dramma. Ma se il disegno preparatorio è mirabile, il colore di questo artista ha una regalità e una sensibilità che provengono da una percezione musicale della cromia, dove la tavolozza si esprime in improvvisi, in variazioni e in ritmi pulsanti.
Gonzaga ha alle spalle una lunga carriera di artista, che porta il segno della fede in una tecnica pittorica e figurale, che ha esercitato con perizia fascinosa, e grazie alla quale egli ha maturato, nel corso degli anni, una cifra stilistica autonoma e l’immediata riconoscibilità del suo lavoro.Il suo fare artistico ha sempre la qualità, ormai rara, di saper accedere alle conclusioni figurali senza smettere la tensione creativa che lo spinge  a cercare intensità luminose. Il senso della sintesi narrativa che lo porta  a sfrondare e a completare il lavoro esaltando il gioco delle masse volumetriche e degli equilibri cromatici. La fusione dell’uomo in guerra con il cavallo che lo porta si esalta teatralmente in momenti diversi, in un impatto visivo che riconduce a idee archetipe sul rapporto che intercorre fra natura e cultura, dove l’energia vitale porta in sé inevitabilmente la pulsione alla violenza e alla morte, ma anche alla rinascita sulle rovine della distruzione.
Pittore di area tradizionale, il suo personalissimo museo si radica nella ragione rinascimentale, per ripercorrere le tappe che conducono al neoclassicismo francese, soprattutto Delacroix, per raggiungere quel modo di comporre tutto italiano, e in qualche misura visionario e barocco, che è stato di Giorgio de Chirico e di Alberto Savinio. In questo guardare ai maestri del passato Gonzaga salvaguarda la sua vena narrativa, e la sua piena individualità. La sua vocazione non concede spazio alle accentuazioni visive retoriche, ma da maestro, quale egli è, di scene di battaglie, sa fermare al momento opportuno l’esplicitazione della forza virile per soffermarsi esclusivamente sul colore e sugli effetti luminosi. Per altro, questi ultimi infondono dolcezze impressionistiche ai suoi paesaggi, che si direbbe riflettano lo sgorgare di una poetica della natura inaspettatamente diversa da quella epica della serie dei cavalieri. Ma le più importanti composizioni di questo artista sono comunque quelle che delineano le dinamiche dei corpi in movimento, dove ogni raffigurazione rappresenta lo svolgimento compiuto di un evento. Le qualità pittoriche di Gonzaga sono il frutto di una riflessione sulla matericità del colore, e sul senso della forma visibile, che resta comunque sfuggente, in quanto è manifestazione dell’intelligenza compositiva dell’artista, e quindi non un dato oggettivo che proviene dalla registrazione del reale.Per questo, infine, questi dipinti sono anche luoghi dell’impossibile, riscontri tesi e dialettici di una realtà che non si impone solo alla percezione visiva, ma che sollecita la comprensione di una cronaca in parte leggendaria, e in parte anche troppo vicina a certi oscuri presagi del nostro presente.