SOFFIANTNO, LAMPI DI LUCE TRA I SEGNI OSCURI DELLA MALINCONIA. Antologica dell’Artista Torinese alla Fondazione Ferrero

SOFFIANTNO, LAMPI DI LUCE TRA I SEGNI OSCURI DELLA MALINCONIA. Antologica dell’Artista Torinese alla Fondazione Ferrero
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In copertina due delle opere più emblematiche dell’artista Giacomo Soffiantino in mostra alla Fondazione Ferrero

di Fabio Giuseppe Carlo Carisio

Nel cuore di una mostra antologica dovuta, proprio perché tanto attesa, l’artista Giacomo Soffiantino, protagonista dei fermenti post espressionisti della vivace cultura torinese, si staglia negli ampi ed eleganti spazi della Fondazione Ferrero con un’impronta poliedrica ed uno stilema guizzante di sperimentazione e ricerca.

L’etichetta di pittore informale, termine fomentato da Antoni Tapis per incoronare la veemenza semiotica di George Mathieu, è un abito troppo stretto per inquadrare la vulcanica espressività di Soffiantino che distinguendosi da altri colleghi coevi si può riconoscere solo nel Soffiantinismo.

Giacomo Soffiantino – Neve a Bossolasco (1965, olio su tela, cm. 80 x 70, Collezione privata a Bossolasco)

La mostra “Soffiantino, Tra Oggetto e Indefinito” curata da Luca Beatrice, Michele Bramante e Adriano Olivieri, ben delinea già nel titolo l’aspirazione ad una figurazione astrattiva che si alterna o si nutre delle vibrazioni segniche informali ma va ben oltre ad esse, scandendo la cifra artistica con dissoluzioni e  decomposizioni della figura realistica che a volte si intersecano geometricamente su piani di rifrazione stratificati nella tela, come virtuosismi da incisioni grafiche tanto amate dall’autore, altre volte erompono in dinamismi di vocazione cosmica ora con suggestione poetica, ora con angosciante congestione.

Nel cuore della favella semantica il totem sfumato del teschio ricorre sovente con quella tensione verso la malinconia che a volte appare una prigione sentimentale inquieta, a volte una dolce momentanea liberazione dalla tragedia del vivere.


EUGENIO MONTALE, Ossi di seppia (Torino, Piero Gobetti Editore 1925).

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.


L’inquietudine della poesia ermetica montaliana traspare dalle opere di Soffiantino insufflata della medesima attenzione per sprazzi naturalistici, fino a culminare nel passo verso l’infinito del dipinto più spudoratamente figurativo di tutti, l’ultimo anelito pittorico intitolato a Leopardi, creato dall’artista – e forse nemmeno ultimato – pochi giorni prima della morte.

Nel vario percorso espositivo, per differenti epoche, tendenze e dimensioni di opere, l’essenza pollockiana affiora dal ciclo imponente, per stazza e ricercatezza segnica, dei Musulmani. Olocausto è un grido imploso che inghiotte il tremore dell’osservatore attento. Il trittico della vita inebria e travolge con una contrapposizione cromatica e architettonica memorabile.

Giacomo Soffiantino – Omaggio a Rembrant (1966, olio su tela, cm. 103 x 83, archivio Soffiantino)

Ma in questo lungo percorso di dissolvenza tra evocazioni figurative del quotidiano e accenti di un intimismo metafisico si sgrana il sentiero dei segni oscuri di una consapevole e adulata malinconia.

Tra essa ecco lampi di luce e colore in cui il tratto è il filo di un rosario di misteri pronto a riverberare il lirismo soffuso di Soffiantino: ora nell’amore della natura dei paesaggi cari, come nella spaziosa sobrietà di fredde ma luminose cromie della Neve a Bossolasco, ora nella devozione pittorica dell’Omaggio a Rembrandt in cui la veste informale si sublima con un incrocio lineare di segni, sagome e ombre capace di svelare, o semplicemente evocare, l’incanto iconopoietico di una crocifissione. In essa l’ombrosa mano protesa della morte pare già al tempo stesso un richiamo del Cielo con un afflato che profuma di Risurrezione.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio


Soffiantino. Tra oggetto e indefinito

7 maggio 2022 – 30 giugno 2022

a cura di Luca Beatrice, Michele Bramante e Adriano Olivieri

Fondazione Ferrero – Strada di mezzo, 44 – Alba (CN)

La Fondazione Ferrero di Alba presenta da sabato 7 maggio a giovedì 30 giugno 2022 un nuovo progetto espositivo dedicato al pittore e incisore torinese Giacomo Soffiantino (1929-2013): Soffiantino. Tra oggetto e indefinito, a cura di Luca Beatrice, Michele Bramante e Adriano Olivieri.

La mostra, ideata dai curatori con un ritmo biografico e tematico, costituisce la più ampia ed esaustiva ricognizione storico-espositiva mai dedicata all’opera e alla vita di Giacomo Soffiantino.

Il percorso espositivo si articola in sette sezioni che ricostruiscono doviziosamente l’agire artistico di Soffiantino attraverso una selezione di oltre 50 opere. Un percorso in tappe che conduce il visitatore alla scoperta del lavoro dell’artista a partire dagli esordi, caratterizzati da un approccio aniconico-informale nutrito da influenze internazionali, passando poi per la sensibilità “naturalistica” delle opere mature sino agli esiti più recenti degli anni Dieci del Duemila.

«La pittura di Soffiantino apre porte e le socchiude. Osserva il reale e lo trasfigura. Offre domande e non dà risposte;» – spiega Luca Beatrice – «mentre l’avanguardia del suo tempo si concentrava sull’uscita dalla pittura, c’era chi continuava a sperimentare soluzioni mai ovvie all’interno del supporto tradizionale. Soffiantino è tra questi: la sua è una generazione di mezzo dell’arte italiana che come tale ha bisogno di periodiche riletture per non risultare schiacciata.»

Il primo capitolo della mostra documenta il Soffiantino delle origini, dalle prime partecipazioni a premi e mostre collettive come quella del 1957 alla Galleria Il Milione a Milano, sino alla consacrazione del 1961, avvenuta con l’importate personale organizzata da Luigi Carluccio alla Galleria La Bussola di Torino.

Nato a Torino nel 1929, Giacomo Soffiantino frequenta l’Accademia Albertina dove è allievo di Francesco Menzio, celebre pittore torinese parte del gruppo dei “Sei di Torino”, a loro volta formatisi presso la scuola di pittura di Felice Casorati. Nel vivace ambiente artistico torinese, Soffiantino definisce il proprio linguaggio al fianco di artisti a lui coevi come Nino e Giuseppe Ajmone, Francesco Casorati, Mauro Chessa, Mario Merz e Francesco Tabusso, con cui condivide le prime esperienze espositive.

Il percorso prosegue con un approfondimento sul rapporto tra Giacomo Soffiantino e Venezia, documentando non solo la partecipazione a quattro Esposizioni Internazionali d’Arte della Biennale tra 1956 e 1972, ma anche e soprattutto la fondamentale personale del 1993 alle Prigioni Vecchie di Palazzo Ducale.

«La materia delle prime opere destinate alla Biennale di Venezia era ubertosa, carica, il segno inciso e a tratti acuminato, nei modi tipici di quella diffusa maniera che con il gesto aggrediva contorni e sostanze delle figure; ma già si evidenziavano alcuni caratteri individuali che rimasero inalterati per tutto il successivo evolversi della sua pittura, e che perciò potevano rappresentare, fin da allora, i segni di una ricerca indipendente e di uno slancio futuro senza compromessi: nessuna concessione alla decorazione e alla facile seduzione del colore; una gamma cromatica ristretta prevalentemente ai colori terrosi e ai verdi limacciosi, oppure alle tonalità tenui, pallide e smorzate dall’atmosfera diafana; il bianco e il nero puri come unici eventi estremi di luce e ombra, entro i cui limiti al grigio veniva concessa ogni possibilità di esistenza. Poco più tardi tutto confluì definitivamente in una mite leggerezza poetica, accordata su una gestualità sobria, dietro la quale si sente tuttavia vibrare una costante concentrazione sulla vita, seria e spiritualmente tragica.» chiarisce nel catalogoMichele Bramante.

Le due tappe successive sono dedicate a due temi di assoluta centralità nella ricerca di Giacomo Soffiantino, ovvero la natura e la luce.

Se nelle fasi iniziali l’opera di Soffiantino può essere assimilata alla corrente internazionale dell’arte informale, ciò che davvero la contraddistingue è l’attenzione molto particolare rivolta alla natura, che negli anni si trasforma in una tensione sempre più consistente tra astrazione e figura. L’allestimento della sezione rintraccia questo percorso evolutivo attraverso alcune opere iconiche: dal primo lavoro, datato 1960 e intitolato Lo Scoglio, di evidente ardore informale, si giunge al 1990 con l’opera Lago nell’ombra, già esposta nella mostra alla Galleria Davico del 1991, curata da Giovanni Testori.

La luce, come già evidenziato da Marco Valsecchi (Tre di nuova leva, 1957 «Tempo»), è un problema a cui Soffiantino non smette mai di prestare attenzione. L’artista ammira l’opera di maestri come Monet, Turner, Rembrandt, considerato «il pittore eccezionale dell’ombra e della luce», come riferisce a Maria Grazia Spadaro in una delle sue ultime interviste, rilasciata nel 2010. L’Omaggio a Rembrandt (1966), incluso in questa sezione, testimonia lo studio e l’ammirazione verso l’opera del pittore olandese.

«In fragile equilibrio tra esperienza sensoriale e percezione psichica, l’artista calibra la sua boreale tavolozza in modo che le luci alimentino sì gli oggetti di una stentata linfa ma ne congedino al contempo l’acquiescenza vitale. In Soffiantino il tempo della pittura ambisce a corrispondere al tempo vegetativo e biologico» – scrive nel catalogo della mostra Adriano Olivieri «per cui tanto la pittura si avvicina al suo oggetto tanto se ne allontana approfondendosi esistenzialmente in una vita che più s’afferma più si logora. La luce/energia quindi crea la realtà ma nel contempo la consuma, la leviga, la corrode. Risiede qui il senso delle sue spoglie vegetali, minerali, dei suoi bucrani e conchiglie, testimoni di un tempo trascorso che ha sostituito alla vita la pittura nel suo materiarsi. Pittura che, in un rigurgito romantico, coincide con l’esistenza tanto da spingersi alla cancellazione del soggetto eroso da un tempo/pittura che non ne lascia che grovigli segnici e orbite cave

Il capitolo della mostra chiamato “Esistenza” si concentra su alcuni soggetti ricorrenti nella pittura di Soffiantino riconducibili a tematiche esistenziali come la riflessione sulla vita e i suoi enigmi. Teschi, conchiglie, crani animali, corpi impagliati: oggetti che racchiudono sia le memorie del passato che il presentimento della sparizione. I segni che li attraversano sono vorticanti e spezzati come nel dipinto Alluvione (1995), dove si nasconde una figura cristologica spezzata a metà tra il fulgore luminoso e l’ombra terrena. Simboli che attingono valenze storiche e universali ricorrono nei quattro dipinti della serie degli anni Sessanta Musulmani: Olocausto. La composizione di queste opere evoca le immagini dei corpi ammassati nei campi di sterminio, scoperte con la caduta del nazismo. Nel titolo scelto per la serie, il termine “musulmano” si riferisce al vocabolo “muselmann”, che nella lingua franca dei campi di sterminio indica il raggiungimento di una condizione di sub-umanità.

Proseguendo lungo il percorso, ci si addentra nell’analisi del segno che anima l’opera dell’artista torinese: quella “Continuità” lineare che è cifra stilistica di tutta la sua produzione. La linea ininterrotta che domina le composizione di Soffiantino ha origine nella lezione offerta dal maestro Francesco Menzio e si trasforma in un segno che non ha più necessità di racchiudere la forma, né di limitarsi alla superficie del supporto, unendo idealmente visibile e invisibile, umanità e spirito.

Continuità è anche il titolo di un ciclo pittorico, presentato nell’omonima mostra alla Galleria San Bernardo di Genova nel 2003, e qui rappresentato da tre dipinti del 2001. Suggerendo l’unità sostanziale tra i diversi regni dei viventi e dell’inorganico, tra il femminile e il maschile, tra tutte le polarità dell’esistente, le opere della serie si avvicinano a una poetica simbolista.

Conclude il percorso espositivo all’interno della Fondazione Ferrero la sezione “Epilogo” che riunisce opere degli anni Duemila, periodo ricco di riconoscimenti per l’artista, ma non privo di tensioni sperimentali ancora riscontrabili all’interno della sua produzione. Giacomo Soffiantino si spegne a Torino il 27 maggio 2013. Pochi giorni prima della scomparsa stava lavorando a un dipinto dal titolo Leopardi che idealmente chiude questa visita alla riscoperta della straordinaria esperienza artistica del pittore e incisore torinese.

Una sezione documentativa a compendio dell’esposizione presenta immagini d’epoca, taccuini appartenuti all’artista, inviti alle mostre in galleria e cataloghi storici.

La mostra Soffiantino. Tra oggetto e indefinito a cura di Luca Beatrice, Michele Bramante, Adriano Olivieri è accompagnata da un catalogo edito da Skirache raccoglie i contributi critici dei tre curatori, gli interventi di Carlotta Soffiantino, figlia dell’artista alla guida dell’Archivio Soffiantino, e del critico d‘arteMarco Vallora, oltre a un’ampia documentazione iconografica.

In occasione della mostra, martedì 24 maggio il Circolo dei Lettori di Torino presenta alle ore 18.00 un dialogo aperto al pubblico dedicato a Giacomo Soffiantino e alla mostra allestita presso gli spazi della Fondazione Ferrero.


INFORMAZIONI PRATICHE

Soffiantino.

Tra oggetto e indefinito

a cura di Luca Beatrice, Michele Bramante, Adriano Olivieri

dal 7 maggio al 30 giugno

Fondazione Ferrero

Strada di mezzo, 44, 12051 Alba (Cuneo) Italia

Ingresso gratuito

Ore 15.00 – 18.00

www.fondazioneferrero.it


BIOGRAFIA DI GIACOMO SOFFIANTINO

Giacomo Soffiantino nasce a Torino il 1° gennaio 1929. Inizia giovanissimo a disegnare come autodidatta. Dopo avere sostenuto come privatista l’esame per il diploma al Liceo artistico, nel 1949 si iscrive all’Accademia Albertina di Torino divenendo allievo di Cesare Maggi.

Dopo un breve passaggio dal corso di Felice Casorati, nel 1951 comincia a seguire le lezioni di Francesco Menzio. Contemporaneamente segue i corsi di storia dell’arte di Aldo Bertini e quello di incisione diretto da Marcello Boglione. Inizia allora una profonda e duratura amicizia con Mario Calandri. Crea in questi anni le sue prime acqueforti. Diplomatosi nel 1953, conosce Luigi Carluccio che lo invita a esporre nella rassegna cittadina L’arte in vetrina organizzata nei negozi di via Roma. Aderisce al gruppo degli “ultimi naturalisti” pensato da Francesco Arcangeli e partecipa, nel 1955, alla collettiva allestita nelle sale della galleria torinese La Bussola intitolata Niente di nuovo sotto il sole e organizzata da Carluccio. Avvia la propria carriera di insegnante all’Istituto Fontanesi di Torino e riceve i primi riconoscimenti in concorsi nazionali. Nel 1956 espone alla Biennale di Venezia.

Il 1957 è un anno umanamente significativo durante il quale si sposa e si trasferisce in una nuova abitazione. La sua opera rientra quell’anno tra gli interessi del giovane Luciano Pistoi che lo presenta insieme a Piero Ruggeri, Sergio Saroni e Mario Merz alla Galleria Il Milione di Milano. Nel 1958 partecipa alla sua seconda Biennale veneziana con una serie di disegni colorati. Sono gli anni in cui Soffiantino risente più scopertamente del fascino dell’espressionismo astratto americano.

Nel 1959 partecipa alla rassegna “Francia-Italia” e riceve il premio acquisto alla Biennale per la pittura della Repubblica di San Marino. Al 1960 risale l’inizio del ciclo “Musulmani” e l’anno successivo organizza la prima personale alla Galleria La Bussola. Con la vittoria nel 1963 della prima edizione del “Premio Biella per l’Incisione”, presentando l’acquaforte/acquatinta intitolata “Estate”, Soffiantino si conferma tra gli incisori più influenti della sua generazione. Nel 1964 partecipa per la terza volta alla Biennale di Venezia e l’anno successivo si sistema nella nuova casa-atelier di via Lanfranchi 24. Nel 1970 inizia a insegnare “Figura disegnata” presso il Liceo Artistico di Torino.

Dopo una breve incursione nel linguaggio della scultura, dalla metà degli anni Settanta Soffiantino adotta una tecnica para-divisionistica dall’accentuata varietà cromatica con la quale realizza alcune serie di opere tra le più suggestive della sua carriera. Organizza molte personali, ottiene numerosi riconoscimenti divenendo Accademico di San Luca nel 1983. Autore di molte opere murali, viene incaricato, nel 1982, alla cattedra della Libera scuola del nudo all’Accademia Albertina di Torino. Nel 1989 dipinge Il trittico della vita e negli anni successivi eleggerà a soggetti d’elezioni i ‘Boschi’, gli ‘Ireos’, le ‘Teche’, i Casellari e completerà il ciclo Continuità.

Giacomo Soffiantino si spegne nella sua casa torinese il 27 maggio 2013.

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Fabio G. C. Carisio

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